Nella luce crepuscolare di un mattino freddo e limpido, ho abbandonato il tepore un po' appiccicoso, quasi uterino del piumone ikea preso in saldo l'inverno scorso e sono scesa dabbasso per farmi un caffè.
I portici di via S. Vitale occhieggiano uno dietro l'altro a darmi il buongiorno e voi vi starete senz'altro chiedendo quale evento straordinario mi faccia stare in piedi alle otto meno dieci. La piantina di vischio, minuscola, fa capolino da un davanzale sporco, con un'unica bacca, viva per miracolo e rossa quasi come per protesta. Ovviamente dimentico di darle acqua. Ovviamente.
Mi interrogo sul senso esistenziale della pila di piatti sporchi e dei rimasugli di carta oleata e oleosa di piadine avanzati dalla sera prima, mentre la tv a schermo piatto (si, ho un thomson d'importazione russa a schermo piatto appeso al muro) crepita in un linguaggio ostico, che a stento si percepisce. Buttati in un angolo sopra al fornetto elettrico, libri si alzano in una torre artisticamente disarmonica e io mi meraviglio di questo miracolo della scienza che sembra sfidare quasi la legge di gravità. E infatti crolla dopo pochi attimi, lasciando una scia di foglietti bisunti e spiegazzati, morti sul pavimento a quadrettoni. Questo ricorda a tutti che i libri non sono altro che comunissime cose, e come cose, del resto, si comportano.
Una luce chimica filtra attraverso i vetri un poco opachi lungo la stanza, facendo apparire tutto ancora più freddo e ostile, mentre la torre sparpagliata a terra mi guarda ancora con una buona dose di rimprovero e io, io che sono avvolta in una vestaglia a rombi di mia madre, io che mi incricco sul divano con il collo e le spalle dolenti, sorbisco il mio caffè con gli occhi ancora gonfi e appiccicosi di sonno. Io.
Poi c'è lei. Lei enorme, ricca, grassa e brulicante. Là fuori la città aspetta che mi svegli. Aspetta solo me. Aspetta me e i miei desideri le mie idee, le mie rivoluzioni. Aspetta i miei passi sui lastroni coperti delle vie, sull'acciottolato di Santo Stefano, sull'asfalto di via Larga, sui marmi del Dipartimento al 38. Aspetta ogni mio respiro, ogni battito in petto. Aspetta le mie occhiate ironiche, a volte confidenti o stupite, indifferenti.
E io invece rimango imperterrita con le gambe nude incrociate sul divano, ikea pure quello, osservando il disegno sempre uguale delle tegole sopra un tetto, ridendo beatamente d'ogni attesa ed umana vanità.
